La Nato protegge i capi talebani per paura che siano uccisi dal Pakistan

Il New York Times arriva più tardi degli altri giornali sullo scoop dei negoziati di pace in corso tra i capi talebani e il governo dell’Afghanistan (primi sono arrivati quelli di Asia Times, l’11 settembre scorso, poi Washington Post e Wall Street Journal). Ma l’inviato inossidabile del Nyt, Dexter Filkins, porta informazioni essenziali. Alle trattative partecipano almeno quattro capi talebani appartenenti alla Shura di Quetta e uno appartenente al clan Haqqani.
17 AGO 20
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Il New York Times arriva più tardi degli altri giornali sullo scoop dei negoziati di pace in corso tra i capi talebani e il governo dell’Afghanistan (primi sono arrivati quelli di Asia Times, l’11 settembre scorso, poi Washington Post e Wall Street Journal). Ma l’inviato inossidabile del Nyt, Dexter Filkins, porta informazioni essenziali. Alle trattative partecipano almeno quattro capi talebani appartenenti alla Shura di Quetta e uno appartenente al clan Haqqani – Filkins i nomi li conosce, ma non li scrive, d’accordo con la Casa Bianca e il governo Karzai, per non complicare di più una situazione già complicata.

La Shura è il consiglio di guerra dei talebani, formato da dieci leader e guidato dal Mullah Omar, che prende tutte le decisioni operative. Quetta è la città pachistana a pochi chilometri dal confine afghano dove la Shura agisce indisturbata – anzi, la Nato sostiene che i capi talebani vivano in alloggi provvisti loro dai servizi segreti pachistani. Il clan Haqqani è un’altra fazione della guerriglia, la più brutale, quella che è più a stretto contatto con gli arabi di al Qaida ed è capace di organizzare attacchi suicidi fin nel cuore di Kabul (sono i suoi uomini ad aver ucciso i sei paracadutisti italiani della Folgore nel settembre 2009). Se Filkins può scrivere che quasi metà della Shura e un capo degli Haqqani – considerati irriducibili – partecipano ai negoziati di pace, è segno che questa volta a differenza che negli anni scorsi si fa sul serio. Del resto, come dicono tutti i sondaggi, Karzai è carente sulla sicurezza, ma la popolazione afghana vuole anche acqua pulita, elettricità, telefonini: tutte cose cui soltanto un governo non isolato dalla comunità internazionale può provvedere, e di certo non la guerriglia dai suoi covi.

Ma lo scoop più importante Filkins lo ha fatto scoprendo che i soldati della Nato si sono trasformati in protettori e scorta per i capi talebani, che temono di essere eliminati fisicamente dai servizi segreti pachistani, contrari ai negoziati di pace. I soldati Nato accompagnano i capi agli appuntamenti con gli emissari di Karzai, almeno in un caso a bordo di un aereo, per impedire che siano bloccati ai checkpoint, ma soprattutto perché si sentono minacciati. E’ l’ultima giravolta di questa guerra: le stesse forze occidentali che mettono in campo squadre speciali addestratissime a dare la caccia ai leader talebani ora ne proteggono alcuni selezionati da quei servizi segreti pachistani che della guerriglia sono gli alleati occulti e i burattinai interessati. “Se i talebani e i pachistani scoprissero chi sono i capi impegnati nei negoziati – dice un funzionario afghano che c’era – li imprigionerebbero e li ucciderebbero”. “Questi negoziati sono fondati sulle relazioni personali, sulla fiducia”, aggiunge. “Quando i capi talebani scortati vedono che possono viaggiare per il paese senza essere attaccati dagli americani, capiscono che il governo è sovrano e che possono fidarsi di noi”.

Il pericolo viene più dal Pakistan, che pure ai capi talebani offre rifugio sicuro nelle aree di frontiera con l’Afghanistan: quest’anno i pachistani hanno arrestato almeno 23 comandanti quando l’intelligence ha scoperto che erano impegnati in colloqui segreti con rappresentanti del governo afghano. Dai negoziati è escluso intenzionalmente il gran capo, il Mullah Omar. In parte è un tentativo da parte degli afghani di dividere la leadership talebana, in parte i negoziatori afghani considerano Omar come un prigioniero dei servizi segreti pachistani, incapace di comandare in autonomia – e quindi anche di ordinare la pace.

Tutto questo parlare di negoziati in corso non cambia tuttavia la realtà sul terreno. I talebani si sentono in vantaggio dal punto di vista militare – si stanno espandendo persino nell’inviolato nord del paese – e non parlano di resa. Il comandante militare dei talebani ora è Abdul Qayyum Zakir, un ex detenuto di Guantanamo lasciato libero nel 2008 e subito diventato Emiro della guerriglia nelle aree meridionali del paese, Helmand e Kandahar, che sono anche le più violente e importanti. Zakir è un irriducibile, ed è stato capace di rendere il sud un inferno prima per i soldati inglesi e ora per quelli americani. A lui si contrappone il Mullah Baradar, il numero due talebano molto incline alla pace catturato a febbraio in Pakistan e poi liberato – dall’ala più ragionevole dei servizi pachistani – per diffondere tra i suoi il nuovo contagio trattativista.